Stati Uniti, salta l’accordo di Parigi e le emissioni di CO2 aumentano

Il report del 2018 dell’agenzia internazionale dell’energia (Iea) sullo stato dell’energia globale e delle emissioni di CO2, ha mostrato come le stime sui consumi energetici mondiali stiano aumentando addirittura ad un ritmo doppio rispetto al tasso di crescita medio dal 2010.

I responsabili a cui è imputabile questo aumento storico sono senza dubbio Cina, India e Stati Uniti, causando da soli l’85% dell’incremento netto della CO2 arrivando all’1,7% in più, ovvero di 33,1 miliardi tonnellate. La domanda è legata per lo più alla crescita dell’economia internazionale e ad un maggiore fabbisogno di riscaldamento e raffreddamento in alcune parti del mondo.

In un contesto generale si può notare che:

  • In Europa le emissioni di gas serra sono scese dell’1,3%, pari a 50 tonnellate. Prima fra tutte è stata la Germania, dove i consumi di petrolio e carbone sono caduti bruscamente e le rinnovabili hanno raggiunto una quota del 37% del mix elettrico.
  • Nel Regno Unito le fonti green sono arrivate al 35% della generazione elettrica mentre la quota del carbone è scesa ad un minimo del 5%.
  • In Giappone i gas serra sono scesi per il quinto anno consecutivo, anche per il ritorno in produzione di altri reattori nucleari.
  • In Cina invece il carbone ha causato un innalzamento del 2,5% delle emissioni a 9,5 miliardi di tonnellate, quasi il doppio degli Stati Uniti che si trovano a 4,9 miliardi.
  • In India la crescita è stata del 4,8%, divisa tra il settore energia e quello trasporti e industria facendo arrivare l’India ad avere il 40% delle emissioni pro capite rispetto alle medie globali.
  • Negli Usa invece si registra un aumento del 3,1% rispetto al 2017. Malgrado l’incremento dei consumi, soprattutto quello di petrolio, le emissioni restano intorno ai livelli del 1990 e il 14% sotto il picco toccato nel 2000.

Stando a questi dati, a gravare sulle condizioni mondiali restano i due colossi mondiali Cina e Stati Uniti. Uno studio condotto dallo State Energy & Environmental Impact Center, chiamato “Climate & Health Showdown in the courts”, ha analizzato i possibili effetti sull’ambiente delle scelte politiche attuate dall’amministrazione Trump. Se si fa un passo indietro al 2015, è importante ricordare l’accordo avvenuto a Parigi tra i 184 stati membri della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) con l’obbiettivo di contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto della soglia di 2 °C oltre i livelli pre-industriali, limitando l’incremento a 1,5 °C e riducendo i rischi ed effetti dei cambiamenti climatici globali.

Recente è però la scelta dell’amministrazione Trump di presentare il ritiro degli Stati Uniti da tale accordo di Parigi sul clima.

“Gli Usa hanno ridotto tutti i tipi di emissioni e i risultati parlano da soli, ha scelto di seguire un modello realistico e pragmatico. Un approccio che si basa sul ricorso a un mix di fonti energetiche e di tecnologie efficienti”.

Segretario di stato americano Mike Pompeo

Già durante la sua campagna elettorale, del 2016, Trump aveva definito l’accordo di Parigi un ostacolo allo sviluppo dell’economia e quindi troppo costoso per le imprese americane e un fattore di rischio per migliaia di posti di lavoro nei settori ritenuti inquinanti. Ci vorrà però un anno per completare l’intera procedura quindi, l’uscita definitiva degli Usa dall’accordo, è prevista per la fine del 2020, dopo le elezioni presidenziali americane. Proprio su questo poggiano le speranze di tanti che vedono in una non rielezione di Trump l’unico possibile retro front a riguardo.

“Gli Stati Uniti hanno ridotto le emissioni di inquinanti atmosferici che hanno impatto sulla salute umana e sull’ambiente del 74% fra il 1970 e il 2018. E le emissioni di gas serra sono calate del 13% fra il 2005 e il 2017, anche se l’economia è cresciuta del 19%”.

Il segretario di stato americano Mike Pompeo

Nei suoi primi due anni di mandato, Donald Trump in effetti ha fatto chiudere più centrali a carbone rispetto al suo predecessore Obama durante i quattro anni della sua presidenza. Ma questo non è bastato a ridurre le emissioni di CO2 chem nel 2018, sono cresciute del 3,4% rispetto all’anno precedente. A dirlo è uno studio indipendente Preliminary US Emissions Estimates 2018 dell’istituto di ricerca Rhodium Group, che si è fondato sulle statistiche ufficiali del governo riguardanti il consumo dei combustibili fossili e la produzione di energia elettrica. Stando a questi numeri si tratterebbe dell’aumento più significativo di CO2 registrato dal 2010.

Per ovviare al deficit di carbone, il presidente americano ha deciso di virare soprattutto verso il gas naturale, che in termini di CO2 è meno pericoloso rispetto al carbone. Nel 2018 è stata registrata una massiccia esportazione di GNL, tanto che quest’anno gli Stati Uniti potrebbero piazzarsi al terzo posto dopo gli altri due grandi esportatori, Qatar e Australia. Da anni ormai gli Stati Uniti non importano più petrolio dal Golfo Persico e le loro importazioni sono prevalentemente dal Canada e dal Messico. Hanno perfino ricominciato ad esportare. Ma le altre decisioni prese dall’attuale presidente Trump non sono state per niente lungimirante dal punto di vista ambientale. Se nel 2015 Obama aveva varato la normativa Clean Power Plan (CPP), con l’obiettivo di ridurre le emissioni di anidride carbonica; l’amministrazione Trump di risposta l’ha rimpiazzata con l’Affordable Clean Energy (ACE).

Uno studio ha stimato che la sostituzione del CPP porterà:

  • nel 2030 ad un aumento della CO2, un peggioramento della qualità dell’aria, dovuto all’aumento delle emissioni di SO2 e NOx.
  • Entro il 2025 l’aumento delle emissioni sarà equivalente alle emissioni annuali di 9.178.000 veicoli.
  • Dal 2021 al 2100, si stimano 7 miliardi di tonnellate di CO2 rilasciate nell’atmosfera, il tutto con forti conseguenze sulla salute pubblica.

Trump si ha sempre giustificato i suoi comportamenti rivolgendo la sua politica verso lo sviluppo economico degli Stati Uniti, conquistando i consensi.

“La mia azione oggi è un altro passo verso la creazione di posti di lavoro. Basta con chi rubava la nostra prosperità. Oggi comincia una nuova rivoluzione energetica”.

Donald Trump

Gli Stati uniti, seconda nazione per emissioni carboniche dopo la Cina, pur di raggiungere l’autosufficienza energetica ha tolto ogni restrizione alle emissioni di CO2.

“È finita l’intrusione del governo perché quelle regolamentazioni uccidevano il lavoro. Celebriamo una nuova era per l’energia americana”.

Donald Trump

Trump ha inoltre abolito anche le restrizioni che Obama aveva imposto sulle trivellazioni costiere, sui permessi di sfruttare miniere nelle terre di proprietà pubblica, sulle emissioni di metano dagli oleodotti, e ha cancellato le valutazioni d’impatto ambientale che potevano rallentare e ostacolare le grandi opere infrastrutturali.

La Cina gioca un ruolo altrettanto fondamentale per quanto riguarda il riscaldamento globale, se non il più importante. Risulta essere infatti la maggiore produttrice di emissioni di Co2 al mondo. La Cina si era impegnata nel 2015 a portare le emissioni al minimo entro il 2030. Pechino infatti ha promesso il massimo impegno nel riesaminare i suoi obiettivi introducendo misure più rigorose per il prossimo piano quinquennale del 2021-2025. Sembra aver raggiunto il suo primo obiettivo di riduzione della CO2 con tre anni d’anticipo.

A riportare la notizia è l’agenzia di stampa nazionale Xinhua la quale afferma che nel 2017 il colosso asiatico avrebbe ridotto del 46% la quantità di anidride carbonica rilasciata nell’atmosfera per unità di Pil, in confronto al livello-base registrato del 2005; tale traguardo era previsto per il 2020.

Li Gao, capo del dipartimento del clima del ministero dell’ambiente, ha però affermato che l’obiettivo del 2030 sarebbe a rischio a causa della guerra commerciale con gli Stati Uniti. Dopo il rallentamento avvenuto dal 2014 al 2016, sembra che le emissioni totali di carbonio da parte della Cina siano aumentate dal 2017 in poi. Secondo le stime pubblicate le emissioni sarebbero aumentate del 4% nella prima metà del 2019, dovute all’aumento del consumo di carbone, acciaio e cemento. Una delle maggiori preoccupazioni è stata infatti proprio il crescente consumo di carbone e la possibile approvazione di nuovi progetti di energia a carbone.

Il comitato scientifico dell’Onu sul clima, (Ipcc), ha affermato che se il mondo non ridurrà da subito l’emissione dei gas serra, già nel 2030 il riscaldamento globale potrebbe superare la soglia di +1,5 gradi dai livelli pre-industriali. Con un riscaldamento globale a 1,5 gradi dai livelli pre-industriali aumentera il rischio da scarsità d’acqua, incendi, degrado del permafrost e instabilità nella fornitura di cibo. Ma anche se si raggiungeranno o supereranno i 2 gradi (limite minimo dell’accordo di Parigi) i rischi saranno alti. Con l’aumento delle temperature, la frequenza, l’intensità e la durata degli eventi legati al caldo, continueranno a crescere così da portare a fenomeni di intensa le siccità nella regione del Mediterraneo e dell’Africa meridionale, e ad eventi piovosi estremi.

L’Amazzonia brucia: 73 mila i roghi e le conseguenze sono irreversibili

Related

Leave a reply

Please enter your comment!
Please enter your name here

Latest posts

Cosa sta succedendo in Australia? 50 mila km bruciati e 90 gli incendi nello stato

Nel Nuovo Galles del Sud gli incendi vanno avanti da 4 mesi e adesso è stato dichiarato lo stato di emergenza, come...

I conflitti mondiali più importanti del 2019

Il 2019 è agli sgoccioli; presto si chiuderà il secondo decennio di un epoca ricca di cambiamenti ed innovazioni tecnologiche che però...

Strage a Mogadiscio: il bilancio è di 92 morti e più di 120 feriti

La mattina del 28 dicembre 2019, Mogadiscio, capitale della Somalia, è stato teatro di un attacco terroristico che ha portato il più...

Categories